50 SFUMATURE DI HEGEL

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In Hegel il primo momento dell’autocoscienza è il desiderio e il desiderante può riconoscere se stesso (riconoscersi come un io) soltanto attraverso la negazione di un oggetto, di un altro corpo. Il desiderio, però, non può mai soddisfarsi del tutto.

Infatti, nella lotta tra due coscienze, la coscienza di sé fa esperienza dell’indipedenza dell’altro. Arriverebbe cioè a comprendere che non può semplicemente sopprimere il suo oggetto, ma che deve mantenerlo in vita: perché la soppressione sia anche l’altro deve essere.

Lo schiavo ha la funzione di mediare il godimento del padrone, che è un piacere puro, indipendente dallo sforzo e dal lavoro.

Servo e padrone sarebbero le due metà dell’amore di epoca moderna.

La funzione mediale fra le due metà di eros, svolta dalla donna-angelo nella letteratura premoderna (ad esempio nella poesia di Cavalcanti), sarebbe stata ereditata dalla perversione, nell’opera di Sade, e dal servo, nella Fenomenologia dello spirito di Hegel.

L’amore compiuto cantato da Cavalcanti, caratterizzato da un’inesauribilità del soddisfacimento del desiderio, non è più possibile per i poeti moderni (l’esempio più lampante è Sade). La moderna poesia d’amore avrebbe per oggetto un fol amour, un amore folle e smodato che trova compiacimento soltanto nel consumare e nello svilire l’oggetto del proprio desiderio. L’io desiderante si rivolge al desiderato direttamente, senza cioè ricorrere a espedienti quali donne-schermo o donne-angelo. In tal modo, si troverebbe davanti ad un mero oggetto, ad un corpo nudo e crudo di cui non può mai saziarsi.

L’amore compiuto non è altro che il dio Ἒρος, Amore, che rappresenta l’unione e l’indivisione di desiderio e bisogno, desiderante e desiderato, immaginazione e corporeità. Ciò che, in ultima analisi, l’estirpazione della fantasia dalla dimensione dell’esperienza ha causato è la scissione dei due aspetti che, precedentemente, nell’amore erano indivisi e appartenevano allo stesso soggetto. La modernità avrebbe reciso per sempre e dislocato desiderio e bisogno in due soggetti diversi, che, pur essendo accomunati dall’espropriazione dell’esperienza, incarnano uno il desiderio (l’envie) e l’altro il bisogno.

Se in Sade malgrado tutto ‹‹sopravvive il puro progetto edenico della poesia trobadorico-stilnovistica ciò è grazie alla perversione, che svolge, nell’eros sadiano, la stessa funzione che la poesia stilnovistica affidava al fantasma e alla donna-angelo››

(G. Agamben, Infanzia e storia, p. 22).

La perversione funziona, quindi, come medium fra desiderio e bisogno e sembra rappresentare, in forma stravolta, l’estrema ed alienata speranza di un’esperienza salvifica.

La crudeltà nei confronti di un corpo vivo (la crudeltà che caratterizza la dialettica servo-padrone) sembra essere una cifra essenziale della modernità e della prassi politica moderna, dove regnano violenza e sopraffazione, dove le disuguaglianze vengono esasperate.

È necessario infatti ricordare che la lotta hegeliana tra le due autocoscienze è ambientata in un epoca “preistorica” in cui sono in gioco ad un tempo la sopravvivenza fisica e l’esistenza politica del padrone (della coscienza che prevale) o del sovrano rispetto al servo, ovvero al suddito.

La visione della storia umana per Hegel sarebbe di una crudeltà inusitata, attualissima, o comunque impensabile nelle teorie politiche antiche.

Infatti, il vivente avrebbe la possibilità di riconoscersi come umano soltanto attraverso un inasprimento del desiderio di consumazione dell’altro, attraverso un’accentuazione della volontà di rendere l’altro un oggetto, uno schiavo.

Allo stesso modo, il presente, può prendere vita soltanto a partire dalla negazione del passato. Ma, come il padrone rispetto al servo, il presente non potrà mai affrancarsi del tutto dal passato, cioè non potrà mai del tutto sopprimerlo, pena la perdita del riconoscimento del presente.

Ma se il lavoro (Arbeit) del servo non è altro che ciò che rende umano il padrone, ciò che permette al padrone di riconoscersi come soggetto e di godere puramente dell’oggetto, resta nella sua urgenza l’interrogativo: che ne è della soddisfazione del desiderio del servo? Che ne è della sua umanità? O ancora, il servo potrà mai riconoscere se stesso ed essere riconosciuto?

 

 

 

 

Un passo indietro

 

 

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