APOLLO VS DIONISO: SOGNO ED EBBREZZA OVVERO DUE MODI DI CONCEPIRE L’ARTE

Questo breve articolo prosegue ed integra il precedente; è il secondo – e non ultimo – ispirato a Friedrich Nietzsche.

E così potrebbe valere per Apollo, in un senso eccentrico, ciò che Schopenhauer dice dell’uomo impigliato nel velo di Maia: “come sul mare infuriato che, illimitato da ogni parte, ululando solleva e precipita montagne d’onde, siede in una barca il navigante, confidando nella debole imbarcazione; così l’uomo isolato sta tranquillamente in mezzo a un mondo pieno di tormenti, appoggiandosi fiducioso al principium individuationis […] tanto che si potrebbe definire lo stesso Apollo come la magnifica immagine divina del principium individuationis.

[F. Nietzsche, La nascita della tragedia]

La molteplicità dei fenomeni è apparenza, non essendo che il frutto dell’attività rappresentativa del soggetto. Infatti, se si astrae dal modo di conoscere del soggetto, vige soltanto il caotico pulsare della Volontà, l’irrazionale e indifferente vita che si autoriproduce.

Nietzsche paragona il principio d’individuazione ad Apollo, dio solare, che si impone in primo luogo come dio della visione e della rappresentazione.

L’autore lega la dimensione apollinea all’impulso onirico; è dal sogno che nascono le arti plastiche (pittura, scultura e architettura) e l’epica omerica.

In quanto metafora del principio d’individuazione, Apollo è il padre della scienza e della logica, quindi anche della decadenza e dell’allontanamento dalla natura che caratterizza l’esperienza contemporanea. Ma Apollo non è che un lato della medaglia.

Sull’altra faccia della medaglia campeggia Dioniso, un dio cresciuto dalle Ninfe a contatto con la natura. Dioniso insegna agli uomini a coltivare la vite; è dio del vino, della natura e della fecondità, ma anche dell’esaltazione orgiastica.

Dioniso è per Nietzsche il dio non figurativo, che incarna l’energia e il dolore da cui nasce la musica.

È il dio della contraddizione. È la figura che dissolve le regole della logica, il rigore della scienza.

La soggettività, nell’ebbrezza del dio, si annulla; solo allora l’uomo e la natura sono riconciliati. Solo allora l’uomo può essere poeta e musicista, incarnare la voce della natura.

Con l’incanto del dionisiaco non solo si rinsalda il legame fra uomo e uomo: anche la natura estraniata, nemica o soggiogata, celebra nuovamente la sua festa di conciliazione con il proprio figlio perduto, l’uomo[…]. Si trasformi l’inno alla gioia di Beethoven in un quadro […]. Ora nel vangelo dell’universale armonia, ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso con il suo prossimo, ma una sola cosa con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e soltanto brandelli sventolassero ancora di fronte alla misteriosa unità originaria. Cantando e danzando, l’uomo si mostra come membro di una superiore comunità: ha disimparato il camminare ed il parlare.

[F. Nietzsche, La nascita della tragedia]

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