CHE COS’È L’IO?

QUANDO LA RIFLESSIONE FILOSOFICA CEDE IL PASSO ALLA LINGUISTICA

Se, come avevamo letto in precedenza, la poesia moderna ha preso coscienza del problema dell’inesperibile e della crisi del soggetto in senso forte, è la linguistica tuttavia che ha avuto il merito maggiore mostrando che è nel linguaggio – e solo attraverso di esso – che l’uomo può costituirsi come soggetto.

La povertà di esperienza sperimentata dal soggetto si darebbe parallelamente all’esperienza di espropriazione del linguaggio.

Émile Benveniste, che rappresenta il culmine della linguistica moderna, ha fatto tesoro dell’intuizione di Hamman – il quale aveva criticamente evidenziato l’omissione da parte di Kant di una distinzione fra ragione e linguaggio – ed è riuscito a mostrare il fatto che l’io penso si collocherebbe in una zona grigia, in cui trascendentale e linguistico si confondono.

L’io penso non sarebbe, in questa ottica un io, ma solo colui che pronuncia il pronome “io”.

Negli studi sulla Natura dei pronomi e sulla Soggettività del linguaggio Benveniste, ponendosi in dialogo con Kant, sostiene che il soggetto abbia la sua origine e il suo luogo proprio nel linguaggio e solo in esso:

‹‹Solo nel linguaggio è possibile configurare l’appercezione trascendentale come un Io penso››.[1]

Che cos’è l’Io? Io funziona come un normale concetto? Qual è la consistenza del pronome Io?

Per Benveniste, l’ego ha altra consistenza che linguistica: io, all’infuori di un qualunque linguaggio, sarebbe un puro nulla, mentre, all’interno del linguaggio, si configurerebbe come il soggetto del verbo.

Io è colui che dice io.

Tuttavia, questo pronome (sebbene possa riferirsi a qualsiasi individuo come singolarità)non può mai identificare un individuo nella sua particolarità, ovvero un’entità lessicale,altrimenti nel linguaggio regnerebbero anarchia e contraddizione. 

‹‹Non c’è un concetto io che comprenda tutti gli io che si enunciano ad ogni istante sulle labbra di tutti i locutori, nel senso in cui c’è un concetto albero cui si possono ricondurre tutti gli usi individuali di albero. L’io non nomina alcuna entità lessicale››.[2]

In conclusione, il soggetto avrebbe una realtà soltanto nel discorso e il termine io avrebbe come unico referente il linguaggio (inteso come atto di discorso individuale), del quale designerebbe il locutore.

“Io” infatti nomina il soggetto linguistico, ma non il soggetto in senso forte, inteso come sostanza.

È chiaro che la configurazione della sfera trascendentale come una soggettività, come un io penso, si fonderebbe in realtà su uno scambio fra trascendentale e linguistico.

Il soggetto trascendentale, quale fondamento dell’esperienza e della conoscenza, “non è altri che il locutore”[3] (non è propriamente un io, ma è colui che, parlando, dice “io”).


[1] G. Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia p. 42.

[2] Ivi. p. 43.

[3] Ivi. p. 44.

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