I CAMPI DI CONCENTRAMENTO

74 ANNI DOPO

Le origini del totalitarismo di H. Arendt

Ben 74 anni ci separano dalla data in cui l’Armata Rossa fece irruzione nel campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz, liberando i superstiti. La data è in parte simbolica, dal momento che i sovietici erano riusciti a liberare circa sei mesi prima un altro campo di concentramento, Majdanek, forse meno noto.  

In occasione dell’ormai prossimo 27 gennaio 2019, data del Giorno della Memoria, mi sono permessa di scomodare, come in precedenza, il genio di Hannah Arendt. In particolare, mi sono soffermata sul paragrafo intitolato I campi di concentramento, un breve scritto che conclude e sigilla la parte terza de Le origini del totalitarismo.

Da questo brano ho tratto così alcune citazioni, perle fulgidissime in cui Arendt spiega con chiarezza alcuni meccanismi dello sterminio e del dominio nazista, contro coloro che liquidano in poche parole la storia dello sterminio, limitandosi a definirla “inspiegabile”.


I campi di concentramento e di sterminio servono al regime totalitario come laboratori per la verifica della sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo. […] Il dominio totale, che mira ad organizzare gli uomini nella loro pluralità e diversità come se tutti insieme costituissero un unico individuo, è possibile soltanto se ogni persona viene ridotta ad un’immutabile identità di reazioni, in modo che ciascuno di questi fasci di reazioni possa essere scambiato con qualsiasi altro. Si tratta di fabbricare qualcosa che non esiste cioè un tipo umano simile agli animali, la cui unica “libertà” consisterebbe nel “preservare la specie”.

Nel testo fra virgolette (“”) l’autrice si riferisce, criticamente, ai discorsi di Hitler, in cui egli asserisce di voler raggiungere una condizione “in cui ognuno sappia che vive o muore per la conservazione della sua specie”.

Scrive poco oltre la Arendt:


I Lager servono, oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano e di trasformare l’uomo in un oggetto, in qualcosa che neppure gli animali sono; perché il cane di Pavlov che, com’è noto, era addestrato a mangiare, non quando aveva fame, ma quando suonava una campana, era un animale pervertito.

In conclusione si può dire, con Arendt, che i racconti dei superstiti siano sorprendentemente “monotoni”, in quanto per lo più non cerchino di comunicare sofferenze che si sottraggono, per vastità e per il carattere inaudito, alla comprensione e al modo di sentire comune.

Questo “vuoto” di comprensione, questa impossibilità di comunicare al mondo quanto patito dai superstiti, non è affatto casuale. I nazisti lo hanno sempre saputo: se si è decisi al delitto, conviene organizzarlo in grande, in modo che risulti inverosimile.


Non solo perché ciò rende inadeguata e assurda ogni pena prevista dal sistema giuridico; ma anche perché l’enormità dei delitti fa sì che agli assassini, i quali proclamano la loro innocenza con ogni sorta di menzogne, si presti più fede che alle vittime, la cui verità ferisce il buon senso.  

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