QUADERNI PRAGMATICI PER ANIMI CONTEMPLATIVI – LA METRO

Ahi! Se soltanto all’artista contemplativo fosse data la possibilità di viaggiare indisturbato in una sorta di nostalgica vettura, come un cocchio o una carrozza! Allora fra quei due giovani sarebbe lotta aperta e guerra sarebbe fra due opposti e simmetrici sistemi di valore.

L’onestà si accapiglierebbe con il sotterfugio, la gratuità con l’interesse; amore ed odio, fuoco ed acqua combatterebbero aspramente e la loro arena non sarebbe che il corpo di un romanzo intramontabile.

Ma il nostro malinconico scrittore non ha mai scritto quel romanzo, da sempre desiderato, agognato, da sempre iniziato e mai finito.

Non ha scritto nemmeno un capitolo, nemmeno una pagina…o forse sì. Non bisogna essere, d’altronde, troppo severi, né del resto miseramente pragmatici nei confronti dell’artista sconsolato, che davvero ha fatto tutto il possibile per trovare l’ispirazione, ma che, dopo qualche riga sconclusionata e onirica, si è dato per vinto.

Quando – vi chiederete – si sarebbe consumata tale bruciante sconfitta?

Proprio quando – immagino che già lo abbiate inteso – il contemplativo si è accorto, come angelo precipitato dal cielo, di non trovarsi lì lì per montare sul gradino di una carrozza d’epoca, aiutato da un paggetto inamidato, ma di trovarsi, spintonato dalla folla, a ridosso della scalinata che dà accesso alla metropolitana.

La fretta, la concitazione e una frenesia mai sperimentata fino a quel momento, scompongono, d’un tratto, l’aspetto compassato e alquanto distinto del giovine intellettuale. Ed è chiaro che la folla, da sempre sorda e cieca di fronte al bello e al vero artistico, interpreterà la scarmigliata chioma del contemplativo come inequivocabile segno di trascuratezza. Vedrà nelle falde usurate della sua giacca di lana cotta marrone il simbolo della trasandatezza, una poca attenzione alle tendenze stilistiche del momento. Interpreterà, infine, il suo odore di tabacco bruciato come puzza e come sintomo del fatto che egli preferisce il vizio al benessere, il tabagismo al salutismo.

Insomma, nessuno – questo è chiaro – capirà che quelli sono i tratti distintivi e concreti del suo essere artista, il segno visibile del suo animo da poeta, da cantore maledetto, i pallidi resti mattutini della passeggiata da flâneur della nottata precedente.    

Da Wikipedia

Qualche disturbante rumore meccanico, virulento come un’infezione letale, il fracasso infernale di una frenata e il chiacchiericcio isterico di un nugolo di personcine sono bastati affinché il contemplativo potesse, suo malgrado, ripiombare nella realtà. Ritrovarsi, in particolare, in quella sudicia, olezzosa e rumorosa porzione di realtà che si trova a pochi metri sotto terra, come il regno degli inferi: la metro.

Ed eccolo lì, nella sua tipica postura morbidamente eretta, sembra una specie di caricatura.

Si staglia nel grigiore della galleria con la sua altezza modesta e con le sue gambe secche, avvolte in un paio di skinny neri un po’ sdruciti, con i suoi anfibi platform, pallido in volto e madido di sudore. Infatti, ha dovuto fare una bella corsa per non arrivare tardi anche quest’oggi. E stamattina non ne voleva sapere di alzarsi, dopo aver passato la serata dapprima a vagare per la citta e poi, una volta rincasato, a leggere superbi e dimenticati aforismi di Nietzsche.     

Ed ecco la metropolitana in arrivo, come un gigantesco regolo in un moto di costante ed inesorabile avvicinamento. Come stride, frenando, come si accalca la folla, incurante del monito di non oltrepassare la linea da gialla di sicurezza.

L’artista, che non ha mai amato alla follia le regole e i vincoli imposti da un’educazione civica rigorosa e – oserebbe dire – vagamente ipocrita, si fa strada avanzando nella calca, ben oltre la riga gialla.

Le porte si aprono ed egli, con un seppur tardivo scatto felino, riesce a guadagnarsi un eccezionale posto a sedere, esterno a sinistra. Subito, anche gli altri tre posti si riempiono e così i posti davanti, le file laterali e il corridoio centrale.

In metropolitana le persone si trasformano: come singoli, si incattiviscono, come massa si tramutano in un unico, mostruoso individuo, al pari di una nevrotica colonia di formiche o di batteri.

Gli uni addossati agli altri, in fermento, dicono e fanno cose insensate. I più miti diventano vipere, i più tolleranti si trasformano in leoni affamati.

Il contemplativo, dal suo seggiolino scivoloso osserva il tutto, stringendosi nelle spalle, e tutto sente. Registra spezzoni di dialoghi di asprezza inusitata, come ad esempio: “Signora, non si spinge, si chiede permesso” o un più irriverente “ma ci vedi?!”.

Assiste a scene da brivido: una donna, dall’espressione disgustata, appone un paio di gocce di colonia dietro le orecchie e, poi, si passa il dito sotto le narici. Dopo aver compiuto questa operazione, raggela le persone che la circondano lanciando sguardi di netta disapprovazione. Forse che qualcuno non sia solito curare la propria igiene personale? I suoi occhi, se avessero potuto parlare, avrebbero detto queste parole.

In uno scenario paurosamente preistorico c’è chi si adagia sul vicino, chi spinge e sgomita. C’è chi starnutisce, tossisce, chi mangiucchia, chi addirittura nitrisce. Chi ascolta la musica senza le cuffie, obbligando tutti i presenti ad ascoltare la propria, rivoltante, play list di canzoni pop.

C’è chi cerca, con piccoli movimenti, di guadagnarsi qualche centimetro quadrato in più di intimità. C’è qualcuno che si sente mancare il respiro, teme che ci sia carenza di ossigeno e cerca di calmarsi immaginando la solitudine soleggiata di una spiaggia deserta.

C’è anche chi – inutile dire che il contemplativo, se non avesse trovato un posto a sedere, sarebbe stato annoverato in questa categoria – viene accartocciato, spinto, strapazzato, è sottoposto a tensioni contrastanti. Si ritrova così torto e dolorante, come se fosse stato sottoposto alla tortura medievale della ruota. Ma che cosa avrà mai fatto costui per meritarsi ciò?

Nulla, se non aver scelto di salire sulla metropolitana nell’ora di punta.

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