DAL CURRICULUM VITAE DI UN FILOSOFO CECO

Questo articolo prende le mosse dall’opera Dal curriculum vitae di un filosofo ceco, testo scritto nel 1977 da Roman Jakobson in memoria di Jan Patočka, pensatore dissidente ed anticonformista, sostenitore della lotta per i diritti umani.

Ormai quasi settantenne, Patočka aveva scelto di comparire quale portavoce del gruppo di Charta 77, documento che criticava il governo della Cecoslovacchia per la mancata attuazione degli impegni sottoscritti in materia di diritti umani, politici e civili.

A causa del ruolo ricoperto all’interno del movimento di opposizione democratica all’allora vigente governo, Jan Patočka iniziò ad essere sottoposto ad una feroce campagna diffamatoria, ad opera della stampa cecoslovacca.

Il filosofo, senza farsi intimidire, mantenne fermamente le sue posizioni di intellettuale “eretico”, certo dell’esistenza di un’etica in sé evidente, di un amore per la verità che neppure la minaccia della tortura e delle morte avrebbe potuto offuscare.

Il suo credo è testimoniato dalla dichiarazione che Patočka ha lasciato ai suoi lettori:


Gli accordi relativi ai diritti umani e sociali sono diventati possibili come nuova tappa nell’evoluzione storica […] Le motivazioni dell’azione non si troveranno più in modo esclusivo e preponderante nell’ambito della paura o del vantaggio materiale, ma nel rispetto per ciò che nell’uomo è superiore, nella concezione del dovere e del bene comune, nonché nella consapevolezza che, per questo fine, bisogna essere pronti a sopportare certi inconvenienti, il pericolo di essere malgiudicati e persino la tortura fisica.

Colpevole di aver sostenuto, senza paura, il rispetto dei diritti dell’uomo, Patočka venne sottoposto ad una serie di estenuanti interrogatori ad opera della polizia, interrogatori che continuarono anche in seguito all’ospedalizzazione, per un attacco cardiaco, del filosofo. L’8 marzo del 1977, forse consapevole del destino al quale sarebbe andato incontro, egli scrisse:

Siamo sinceri: nel passato, il conformismo non ha mai portato ad alcun miglioramento […] Ciò che bisogna dire è la verità. È possibile che in certi casi individuali la repressione si intensifichi. Le persone si rendono nuovamente conto che ci sono delle cose per cui vale la pena soffrire e che, senza queste cose, l’arte, la letteratura, la cultura e tutto il resto sono solo dei mestieri cui ci si dedica per guadagnare il proprio pane quotidiano.   

Soltanto cinque giorni più tardi, il 13 marzo 1977, Patočka morì per mano della polizia di regime, a causa un’emorragia cerebrale, sopraggiunta durante l’ultimo, fatale interrogatorio.

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