TEMPI InstaGRAMI – Social network e democrazia

In questo articolo verrà trattato il tema dei social e del totalitarismo, nella sua versione contemporanea, sublimata e, in larga parte, inapparente.

Come noto, alla fine dell’Ottocento, come conseguenza dell’avvento della società di massa e della comparsa dei mass media, si preparano le condizioni per l’istaurarsi dei regimi totalitari, che caratterizzeranno il clima politico novecentesco. Il totalitarismo, che la Arendt definisce come un regime politico che recide ogni connessione con le tradizioni del passato, diventa possibile a causa della massificazione della società e dell’appiattimento dell’individuo sulle posizioni del gruppo di volta in volta dominante.

Ma qual è il ruolo del totalitarismo oggi? In che modo esso è presente, silenziosamente ma capillarmente, nella nostra, modernissima e ultraliberale, società?

La chiave per rispondere alla domanda risiede nella diffusione, universale e ormai consolidata, dei  social network e nel pericolo che i social potrebbero costituire per la democrazia.

Per meglio spiegare questa teoria, è necessario richiamarsi alle origini della democrazia, così come sorse ad Atene del V secolo. Senza dilungarci troppo, è possibile dire che il fondamento della cultura greca, che rese possibile il sorgere del governo democratico, risiede nella netta separazione fra la vita naturale e la vita politica, tra le mura domestiche e la piazza, tra privato e pubblico. Pur essendo innegabile che la politica, anche ai tempi dei greci, avesse dei limiti, quel che è certo è che esisteva un confine invalicabile e tra il piano dell’individuo e il piano pubblico. Questa netta contrapposizione fra privato e pubblico rendeva possibile l’espressione della libertà del singolo cittadino, di per sé autosufficiente e padrone, sul piano domestico, cittadino parte della sua comunità cittadina, dal punto di vista politico.

Con l’avvento dell’epoca dei social network, invece, viene meno la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, che si confondono in unico calderone etichettabile come “sfera del sociale”, o dei social.

Sui social network gli individui condividono infatti, con una spontaneità senza pari, qualsiasi aspetto della propria vita: dalla sfera degli affetti all’opinione politica, dall’orientamento sessuale o religioso, ai gusti in materia di arte, cibo, musica e (sotto)cultura in generale.

Non vi è più un briciolo di quell’alone di mistero che ciascuno, per garantirsi uno spazio di libertà, dovrebbe mantenere. Non esiste più alcuna forma di riserbo, di pudore, né l’istinto di conservazione, che dovrebbe allontanare dagli occhi indiscreti degli “altri”, dei “quasi-estranei”, ciò che di privato custodiamo.

Homo socialis è sempre connesso. Vive attaccato al suo device, come l’ubriaco al collo della bottiglia, e “condivide” ogni aspetto della propria vita: la meta delle vacanze, le effusioni con il partner, i recenti acquisti, o i propri hobbies.  Posta su Insta o su FB immagini del proprio corpo, del workout preferito e persino le foto dei pranzi e delle cene. È all’ordine del giorno “twittare” la propria opinione politica, il fatto di essere pro o contro i grandi temi d’attualità, il proprio impegno nella lotta ai gender o al consumo eccessivo della plastica, persino le scelte in termini di salute e benessere e le proprie scelte etiche.

L’eccessiva esposizione della sfera individuale, che scegliamo di dare in pasto al maggior numero possibile di followers, non è, contrariamente all’opinione comune, sinonimo di libertà, né tantomeno di “influenza” (poiché l’influencer, si noti bene, non è che un ingranaggio al servizio del potere, propaganda vivente).

Al contrario, la condivisione senza freni è sinonimo di soggezione e sudditanza, del fatto che ci troviamo in un tempo massimamente illiberale, in un’epoca più o meno velatamente totalitaria: viviamo in tempi instagrami.

Come nei regimi totalitari del Novecento, infatti, il potere  politico riesce a far presa negli aspetti più personali ed intimi dell’individuo, con la differenza che oggi non è neanche necessario ricorrere alla coercizione o allo spionaggio.

Se, nei totalitarismi novecenteschi, per scoprire ogni dettaglio della vita dei cittadini, era necessario ricorrere alla violenza e all’intimidazione, oggi non serve più avvalersi di questi mezzi: ciascuno, acriticamente, svela in toto la propria individualità, sbandierando senza remore ogni credenza, ogni aspetto privato del proprio esistere, senza pensare al rischio che i social costituiscono per la sopravvivenza degli ordinamenti democratici e della libertà.

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