IL POTERE SOVRANO E LA NUDA VITA LEGGERE AGAMBEN AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

‹‹A questo libro, che era stato concepito inizialmente come una risposta alla sanguinosa mistificazione di un nuovo ordine planetario, è avvenuto di doversi misurare con problemi – primo fra tutti quello della sacertà della vita – che non erano stati subito messi in conto. Ma, nel corso dell’indagine, è apparso chiaro che, in un simile ambito, non era possibile accettare come garantita alcuna delle nozioni che le scienze umane (dalla giurisprudenza all’antropologia) avevano creduto di definire o avevano presupposto come evidenti e che, anzi, molte di esse esigevano – nell’urgenza della catastrofe – una revisione senza riserve››.

[G. Agamben Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita.]

Il discorso di Agamben – estremamente disincantato – sul particolarissimo rapporto fra la nuda vita ed il bio-potere diventa, almeno a partire dalla pubblicazione di Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, il perno delle riflessioni esplicitamente politiche di Agamben – cioè di quelle riflessioni in cui, come è stato detto dalla critica, le analisi giovanili su tempo, essere e linguaggio – marcatamente “nichiliste” e di matrice heideggeriana – precipiterebbero in un condensato politico.

La ripresa, in Homo sacer, dei temi giovanili prende le mosse da una domanda implicita, cioè se sia possibile interpretare la politica non utilizzando le categorie tradizionali, ma in base alla struttura originaria della metafisica, secondo l’autore già analizzata e finemente decostruita in ricerche precedenti, che quindi si tratterebbe di comprendere e di superare una volta per tutte. L’autore sembra suggerire una risposta (affermativa) nelle pagine che concludono l’opera, dove scrive che l’isolamento della sfera dell’essere puro, che costituisce la prestazione fondamentale della metafisica dell’occidente, non è senza analogie con l’isolamento della nuda vita nell’ambito della politica.

Esisterebbe, per l’autore, un’analogia tra i concetti di essere puro e di nuda vita.

Questi concetti, che sarebbero l’uno la prestazione fondamentale (e il fondamento) dell’ontologia e l’altro della politica dell’occidente, sarebbero entrambi concetti negativi. Se nel primo caso l’essere puro (il pensiero) viene isolato dai molteplici modi di dire l’essere, nel secondo la nuda vita viene separata da ogni forma, cioè dai modi di vita concreti che la qualificano.

Eppure questo essere e questa vita che vengono isolati e spogliati di ogni caratteristica (nudi) costituirebbero nientemeno che il fondamento (negativo) dell’ontologia e della politica, rispettivamente nel non-essere e nell’anomia.

Sembra che l’autore voglia dire che, quando si cerca di definire l’essere o la vita, ciò che si ottiene è soltanto una scomposizione o una negazione di questi concetti, destinati a rimanere vuoti.

Giorgio Agamben, filosofo e accademico contemporaneo, è, in tempi di Covid-19, una delle poche (se non pochissime) voci fuori dal coro a mio parere degne di essere ascoltate.

Un pensatore raffinato e, per certi versi, eterodosso, che merita di essere letto e riletto, soprattutto quando sembra, come oggi, che lo stato di eccezione sia diventato la regola.

5 Replies to “IL POTERE SOVRANO E LA NUDA VITA LEGGERE AGAMBEN AI TEMPI DEL CORONAVIRUS”

    1. Caro Lorenzo, ti ringrazio molto per il tuo commento. Ho letto il tuo articolo, che mi è parso davvero interessante! Per fortuna in alcune università si insegna ancora la filosofia nella sua purezza e per fortuna ci sono ancora filosofi, come Agamben, che non si uniformano al primato del “fare” e dell’utile. A presto!

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  1. In queste definizioni di essere e di vita ricavate in negativo, dal “non-qualcosa”, c’è tanta fenomenologia e, in questi casi, mi viene sempre in mente il Sartre de “L’essere e il nulla” (che poi, a sua volta, è l’Heidegger di “Essere e Tempo”). Secondo te è azzardato dire, come a volte mi capita di pensare, che la filosofia occidentale sia rimasta incagliata ai traguardi raggiunti più di cent’anni fa e che da allora, salvo casi eccezionali tra cui metto lo stesso Agamben, ha fatto solo variazioni poco originali sugli stessi concetti e principi? Ti ringrazio per l’articolo e sono curioso di conoscere la tua opinione in proposito.
    Andrea

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    1. Caro Andrea, ti ringrazio molto per il tuo commento e per il tuo interrogativo.
      Il punto di vista che esponi è molto interessante e del tutto condivisibile.
      La filosofia anela a fare la differenza, ma poiché cominciare è difficile, si accontenta di essere ripetizione, parafrasando Deleuze.
      Per quanto riguarda la tematica del negativo, penso che il nulla sia qualcosa (di nominabile). Del nulla si può parlare? O piuttosto credi che occorra trascendere categorie (nichilismo, esistenzialismo, umanismo…), vecchie di un secolo, verso altri lidi?
      Acu

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      1. Grazie per la tua risposta! Dire qualcosa di nuovo è difficilissimo, assolutamente! Deleuze aveva centrato il punto.
        Sono d’accordo con te riguardo al nulla, penso anch’io che si possa e si debba parlarne. Il problema, com’è noto, sta nel metodo da usare: come si fa a parlarne visto che il nulla è il non-essere per eccellenza, mentre definizioni e argomentazioni necessitano di formulazioni positive? Poi, certo, anche i filosofi contemporanei sono bravi e astuti, di soluzioni ingegnose per aggirare l’ostacolo ne hanno trovate, e c’è anche chi si è spinto su terreni in parte nuovi.
        Per quanto riguarda il superamento delle categorie, penso che sia una conseguenza delle risposte che la filosofia contemporanea sarà in grado di trovare: se qualcuno/a riuscisse a darci una nuova prospettiva, allora gli storici della filosofia troverebbero un’etichetta nuova che la nomini e la descriva. Le lezioni di metodo che il ‘900 ci ha offerto in abbondanza vanno comunque tenute e adattate. Anzi, credo che vadano portate fino al punto di rottura, così da rendere la vita speculativa degli addetti ai lavori meno comoda e facile!
        Andrea

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