I QUADERNI DEL CARCERE GRAMSCIANI E L’INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA NELL’ITALIA REPUBBLICANA

Il pensiero di Antonio Gramsci costituisce un punto di riferimento e un background imprescindibile per molti intellettuali impegnati a riflettere sull’insegnamento della filosofia nell’Italia repubblicana.

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale si assiste infatti ad un tentativo di rivedere la posizione di De Vecchi, che aveva ridotto a pura trattazione manualistica lo storicismo di Gentile.

Contrapponendosi al riduzionismo di De Vecchi, Gramsci elabora una propria concezione relativamente alla didattica della filosofia basata sulla considerazione che le “filosofie” non sono solo dottrine statiche e in sé concluse, ma sono elementi vivi e mobili, teorie che si concretizzano in pratiche, che danno senso e forma alla storia.

Nell’8° Quaderno dal carcere, Gramsci espone il problematico rapporto fra popolo e intellettuali, scorgendo in questa relazione un’assenza di continuità.

Gramsci, in quanto intellettuale, si accinge a sanare questa sconnessione che affligge il rapporto fra le masse incolte e le élites politiche e, per raggiungere il suo scopo, delinea una concezione di filosofia molto ampia ed inclusiva.

La FILOSOFIA è una concezione del mondo che può amalgamarsi a pratiche di vita concreta e ad un agire politico concreto. Egli adotta inoltre la nozione di SENSO COMUNE per designare un modo di pensare condivisibile da parte di un’ampia massa di popolazione, sinonimo di filosofia condivisa e accessibile a tutti.

Per Gramsci la filosofia non è (soltanto) un’attività specialistica, appannaggio di pochi, ma è un’attitudine alla quale tutti partecipano; in termini ancora più radicali, si potrebbe dire che non esistono non intellettuali, che ogni uomo è filosofo. Ma che cosa intende Gramsci con il termine “intellettuale”?

L’autore dei Quaderni introduce la nozione di “intellettuale INTEGRATO”, nozione che lega indissolubilmente la filosofia e la politica. L’intellettuale integrato è infatti colui che può prendere coscienza di come le diverse forme di filosofia, talvolta anche fra loro contrastanti, abbiano una loro coerenza e che può eventualmente proporre delle scelte politiche per dirigere il senso comune.

Molto originale è anche l’approccio gramsciano alla storia della filosofia che si distanzia sia dallo storicismo di Gentile, sia dalla tendenza di tipo storiografico-manualistico di Fedele e di De Vecchi. La storia della filosofia non è infatti per Gramsci una mera sequenza di dottrine, che si susseguono una dopo l’altra secondo l’ordine cronologico, ma consiste nella coesistenza e nell’intreccio fecondo di sistemi filosofici fra loro differenti.

In altri termini, esistono molte filosofie, fra le quali bisognerà scegliere, perché in ogni tempo convivono diversi sistemi filosofici, molteplici modi di intendere l’agire pratico (etico e politico) dell’uomo.

Nel Quaderno 10° Gramsci si interroga su che cosa si intenda quando si parla di filosofia di un’epoca storica, su quale sia il significato della filosofia in una determinata epoca storica.

Il punto di riferimento che egli utilizza per rispondere ad un tale interrogativo è Benedetto Croce e, in particolare, la definizione crociana di religione (che Gramsci riadatta alla filosofia). Croce aveva infatti definito la religione nei termini di una concezione del mondo che sia diventata norma di vita – non in senso metaforico – come pensiero che produca una norma di azione concreta, attuabile nella vita pratica.

Gramsci, partendo dall’analogia fra religione e filosofia (basata sul fatto che entrambe consistono in determinate visioni del mondo e sono entrambe forme e modalità di comprensione del mondo), scrive che anche la filosofia è una concezione del mondo che produce effetti pratici. Ogni uomo è filosofo, poiché ciascuno opera inevitabilmente all’interno di una propria visione del mondo.

La storia della filosofia deve quindi essere intesa in modo nuovo, ovvero come la storia dei tentativi e delle iniziative ideologiche di una determinata classe di persone (i filosofi) per mutare, correggere e perfezionare le molteplici concezioni del mondo esistenti in una determinata epoca e per indirizzare le norme di condotta delle masse, ossia per dirigere l’attività pratica (cioè politica) nel suo complesso.

In breve, non è sufficiente, per Gramsci studiare la storia della filosofia, tradizionalmente intesa.

Occorre studiare anche e soprattutto le concezioni del mondo, in una data epoca storica, delle masse e dei gruppi dirigenti, perché la filosofia non è pura speculazione teorica, ma è una combinazione di teoria e di pratica, è storia concreta.    

10 Replies to “I QUADERNI DEL CARCERE GRAMSCIANI E L’INSEGNAMENTO DELLA FILOSOFIA NELL’ITALIA REPUBBLICANA”

    1. Sì, se si tratta di filosofi di estrazione marxista e di uomini politici, come Gramsci, direi anch’io quasi necessariamente, caro Arcadio, ma in generale non direi. Dipende forse all’accezione con cui si sceglie di utilizzare il termine “ideologia”…grazie per questo commento stimolante e a presto🌸

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