FILOSOFIA E CONCRETEZZA – EUGENIO GARIN

In questa sede viene analizzato in modo schematico un tentativo (analogo a quello di Antonio Gramsci, poc’anzi ricordato)  di ripensare l’eredità di Giovanni Gentile, pur senza rinnegarla in toto.

Eugenio Garin, storico della filosofia e traduttore di molti classici (per lo più editi da Laterza), mette in luce la necessità di ripensare la didattica della filosofia in quanto inseparabile dalla didattica della storia.

Si tratta di una posizione molto forte, che riconduce lo studio della filosofia allo studio della STORIOGRAFIA FILOSOFICA, cioè allo studio erudito e filologicamente ineccepibile dei testi degli autori a partire dai contesti di produzione e di elaborazione delle opere.

Tale visione sembrerebbe molto simile alla concezione di Gentile secondo la quale filosofia e storia condividerebbero “un’intrinseca medesimezza”; tuttavia, Garin avverte la necessità di smarcarsi dal predecessore, il cui approccio, definito “teologico”, renderebbe il lettore incapace di comprendere i testi filosofici.

Per Garin infatti la visione gentiliana della storia come storia della ragione appiattisce il reale sul razionale ed è animata pertanto da quello che egli definisce una sorta di cripto-provvidenzialismo (cioè dallo Spirito che dirige le sorti della filosofia e la conduce verso un progresso infinito della Ragione).

L’autore intende rifuggire qualsiasi tentativo di integrare la storia della filosofia in una prospettiva più ampia e implicitamente teologica, per salvaguardare la verità dei testi, che esigono il rigore filologico, da una visione potenzialmente deformante.

Si potrebbe anche dire che l’autore rifugge ogni forma di “parmenideismo dossografico”, in quanto condanna senza riserve l’idea che ci sia una e una sola filosofia (come l’essere di Parmenide) che si sviluppa, ma resta sempre se stessa, un evolversi della stessa identica Ragione, con la “r” maiuscola.

Per Garin, la storia della filosofia è storiografia filosofica, ossia consisterebbe in un lavoro di analisi dei testi e delle circostanze storiche e biografiche che hanno portato all’elaborazione di tali testi.

In particolare, l’autore promuove un’attenzione agli aspetti contingenti e agli aspetti linguistici, terminologici, senza trascurare l’analisi dei supporti concreti che veicolano le opere nelle cultura. Inoltre, egli enfatizza le differenze (e non lo “spirito dell’epoca”, cioè le analogie), ponendo la sua attenzione sulla pluralità delle voci, sulle molte anime di un’epoca, sulla molteplicità dei casi concreti (che eccedono sempre le grandi categorie filosofiche, quali “empirismo”, “razionalismo”, “idealismo”, etc.).

È possibile scorgere in Garin una grande affinità con Gramsci (affinità che però non ha a che fare con gli scopi di questi due autori), poiché rifiuta l’idea di svincolare la speculazione filosofica dai contesti concreti in cui essa sorge. Questa caratteristica distanzia entrambi gli autori dallo storicismo idealistico, che trascura i dettagli, per concentrarsi sulle grandi evoluzioni della Ragione.

La filosofia non è, per Garin, un insieme di idee disincarnate e di macro-categorie astratte, non è un racconto avulso dalla realtà e nemmeno uno sterile esercizio teorico, ma è vita e storia concreta.

In ultima analisi, la proposta di Garin consiste in una forma di storicismo attento ai dati e alle relazioni concrete, che si concentra anche su autori marginali ed eterodossi, o comunque non necessariamente in sintonia con il “gusto dell’epoca”.

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