Guai grossi

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Guai grossi

Quando cioè il genio inventivo tracolla miseramente

Perché ti chiederai alcuni frutti della mente umana sono decollati e rifulgeranno a decine di metri dal suolo nella loro integrità,  nella loro purezza, ad aeternum, mai avversati né contestati, mai messi in forse, semplicemente apprezzati come invenzioni geniali che nel momento stesso in cui vengono concepite diventano colossi di pietra, ovvero quanto mai necessarie?

E perché invece innumerevoli altre, estreme propaggini del nostro intelletto, prodigiose espressioni della magnificenza che ci contraddistingue dalle altre specie, siano state da subito affossate, svalutate, svilite, offuscate nel loro sempiterno sfolgorio, spente come candele dallo stoppino malfermo?

Noi, a onore del vero e del giusto, si dovrà amare quest’ultime più di quelle. È certo. Come è doveroso assistere il malato e non il sano. Per ristabilire quell’ordine e quel bene che si può soltanto contemplare ma non vedere, di cui non è necessario dire nulla ma che talvolta occorre pensare.

Un tale – che per una motivazione analoga a quelle sopraesposte resterà ufficialmente sempre e soltanto “un tale” – un bel giorno inventò qualcosa di eccelso, un arnese forse non indispensabile per i più, ma sommamente desiderabile – almeno questo lo si conceda – per alcuni.

Trovo gradevole immaginare che all’incirca una cinquantina di anni orsono – *da fonti malcerte –  quel pomeriggio fosse stato limpido ed algido, proprio come acqua sorgiva, proprio come alcune sensazioni di cui ho perso da tempo ogni nozione. E che il tale si chiamasse, cosa alquanto improbabile, Salvatore, proprio come quel poeta di cui occorrerebbe che mi cacciassi ben in testa il nome…ma se la storia deve andare avanti occorre che io faccia perlomeno finta di eclissarmi – se voglio accontentare per una volta il mio fedele (e/o immaginario) compagno.

Non amava essere chiamato che Salvatore. Totò non poteva tollerarlo; al massimo, Sasà.

Ecco, il nostro Sasà inventò, sperimentandole in prima persona in quel pomeriggio di febbraio, un meraviglioso paio di lenti. Prese singolarmente esse parevano poliedri piramidali disegnati da un roditore di grosse dimensioni. Lui però decise di congiungerle, tramite una solida montatura in bachelite in un unico, meraviglioso, oggetto del desiderio: degli occhiali prismatici capaci di dirottare la visione di ben 90°.

Salvatore era un grande lettore, non di roba impegnata diciamo, però di alcuni giornali e giornaletti sì. E anche le scritte sulle confezioni di biscotti (un vera novità all’epoca, del resto non troppo ostentata) lo dilettavano, mente il bugiardino nelle scatole di medicinali con quello sparuto carattere 5 (atto a minimizzare a vantaggio dei fruitori ipocondriaci i più improbabili effetti collaterali) lo mandava proprio in estasi.

Non diciamone! Già allora le confezioni di corn-flakes custodivano più sapienza del Corpus hermeticum? Non si regge. Torniamo al punto: i giornali. I fumetti. Quelli sì, li divorava. Era un gran leggiucchiatore o, come si dice da queste parti, un lettore non agonistico.

Il dorso lucido e multicolore della copertina gli si piazzava fra il lusco e il brusco su quelle cosce ruvide e nerborute. Non da meno Sasà riversava mollemente il suo dorso lanoso sulla spalliera, ben salda, del sofà – tristemente sopraffatto dalla contingenza che lo voleva or schiavo dell’uno ora dell’altro, o del giovane Sasà o, in assenza d’umane terga, dei gatti famelici che ritmicamente si arrotondavano le unghie ferendone la scorza.

Spessi come fondi di bottiglia, tenaci come carapaci di grossi invertebrati essi gli gravavano, con i loro 172 grammi sul principio del naso e sul crinale delle orecchie che, non abituate ad attenzioni e moine di questo tipo, arrossivano leggermente. Il capo stava mollemente in linea con il busto, o anzi addirittura un pochino arretrato, ad esprimere una cospicua dose d’indolenza o, alternativamente, l’anelare gravido di folle desiderio fatto proprio da una venere sui generis. Riverso il viso, flaccido e bianco il collo com’era, mai avresti detto che Sasà potesse scorgere null’altro che il soffitto a momenti appena trafitto dalla luce gialla di una lampada slanciata e docile. E dire che lo stucco col tungsteno li avrei visti affiatati!

Invece no. Sto per farti rimanere di stucco. Lui guardava in alto e vedeva, monstrum e meraviglia, in basso. Le pagine.

 

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